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RAPPRESENTAZIONE E REALTÀ

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Mc 13, 24-32

In quei giorni, dopo quella tribolazione,

il sole si oscurerà

e la luna non darà piú il suo splendore

e gli astri si metteranno a cadere dal cielo

e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.

Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.

Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; cosí anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

*****

Questa piccola “apocalisse” di Marco vuole essere una chiamata alla fiducia. Al di là delle immagini usate -che portarono, nel linguaggio quotidiano, ad identificare ciò che è ”apocalittico” con la devastazione totale- il testo parla  della caduta del “mondo vecchio” e del sorgere di un mondo nuovo -è questo che significano gli sconvolgimenti degli astri- che ha sapore di “primavera”.

L'apocalisse è redatta secondo categorie temporali -”quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce”-, ma ciò verso cui punta è atemporale, il presente eterno.

Tutto è ora. C'è soltanto presente, per quanto la nostra mente possa solo avere una visione sequenziale. Il presente abbraccia tutto il reale. Sia il ricordo che la proiezione -nei quali la nostra mente si muove a suo agio- accadono nel presente.

La lettura sequenziale della storia consente lo svolgersi di tutta questa “rappresentazione” o “gioco” in cui ci muoviamo. Tuttavia, questa stessa lettura è soltanto frutto della propria mente. La realtà è che tutto è già completo; tutto è pieno.

La coscienza si dispiega in ciò che appare ai nostri occhi come una rappresentazione progressiva. Possiamo identificarci con il “ruolo” che ci è stato assegnato in questa rappresentazione -e questo è l'ignoranza basilare- o,  al contrario, riconoscerci nella propria coscienza che si esprime in questa forma particolare.

E, giacché parliamo di rappresentazione, l'immagine del teatro può risultare adeguata: quando l'attore sale sul palcoscenico per rappresentare il suo ruolo, non dimentica che la sua identità è un'altra. Ciò gli permette di svolgere il suo lavoro alla perfezione -provocando perfino la sensazione di essere uno con il personaggio che rappresenta-, ma non gli toglie assolutamente la sua libertà e non si confonde neanche con quello che si sta svolgendo sul palcoscenico. Al termine dello spettacolo, qualunque sia stato il ruolo in cui si è immedesimato, torna a casa, dove relativizza tutto quanto è accaduto sulla scena.

La chiave della saggezza sta proprio nel prendere le distanze, il che ci consente di svolgere il “ruolo” assegnatoci, senza ridurci ad esso.

 

Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traduzione: Teresa Albasini

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