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DAL PENSARE AL VEDERE

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Mc 10, 46-52

E mentre partiva da Gèrico, insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c'era Gesú Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesú, abbi pietà di me!” Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava piú forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”

Allora Gesú si fermò e disse: “Chiamatelo!” E chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama!” Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesú. Allora Gesú gli disse: “Che vuoi che io ti faccia?” E il cieco a lui: “Rabbuní, che io riabbia la vista!” E Gesú gli disse: “Va', la tua fede ti ha salvato.” E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

*****

Marco utilizza la scena della guarigione del cieco Bartimèo come catechesi circa il vero discepolato, mettendo in risalto due atteggiamenti: il desiderio di “vedere” e la prontezza nel seguimento.

Non può essere casuale che, nel vangelo di Marco, Gesú rivolga la stessa domanda ai discepoli e a Bartimèo: “Che volete (vuoi) che io faccia per voi (per te)?” (Mc 10,36 versus Mc 10,51). E mentre quelli chiedono di “essere i primi”, questi desidera solo “vedere”.

Non è difficile trovare nel nostro interno l'eco di entrambe le voci: quella di chi desidera “diventare importante” (o “speciale”) e quella di chi vuole essere capace di “vedere” in profondità.

È la tensione tra l'ego, che vuole solo rinforzarsi, e che assecondiamo finché dura la credenza -cosciente o incosciente- che siamo quello, e l'anelito che ci ricorda che la chiave consiste proprio nell'uscire da quell'oscurità.

Solo la comprensione di ciò che siamo ci apporterà luce e libertà. Solo questa ci permetterà di “gettare via il mantello” -come Bartimèo- e “seguire” Gesú, per la “strada” della vita, vale a dire, vivere in pienezza.

Finché non vedeva, Bartimèo “sedeva lungo la strada”, staccato dalla vita, come “smontato” da questa. Non appena comincia a vedere, comincia veramente a vivere.

Sebbene sia vero che il processo dall'oscurità alla luce, oltre che lento, generalmente richiede di tutto un lavoro psicologico, per liberare blocchi emozionali in forma di paure che attanagliano, non lo è di meno che occorre, innanzitutto, una “determinata determinazione” di voler vedere. Fino a sentire che ne va della nostra vita.

Molto spesso, e se si capisce bene ciò che intendo esprimere, “vedere” è l'opposto di “pensare”. Il che significa che se vogliamo crescere in comprensione dovremo imparare a silenziare la mente. Ma questo non si raggiunge attraverso alcun tipo di imposizione, bensí sviluppando la capacità di situarci come “osservatori” dei suoi contenuti, nel Testimone che percepisce tutti i movimenti mentali ed emozionali, ma non si identifica con essi.

In realtà, chi “vede” non è la mente, ma il Testimone. E solo lui ci conferisce il potere di mantenere la libertà di fronte a qualunque messaggio possa nascere dalla mente. In esso, smettiamo di essere marionette in balía ai pensieri e ai sentimenti -sempre interrelazionati- e ci ancoriamo all'equanimità.

Ciò non significa, assolutamente, demonizzare la mente, che continuiamo a riconoscere come uno strumento prezioso. Significa anzi che la riconosciamo e utilizziamo come un mezzo a nostro servizio, invece di restare sottomessi ai suoi movimenti.

 

Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traduzione: Teresa Albasini

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