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OLTRE LA LETTERALITÀ

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Gv 6, 51-58

“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.”

Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” Gesú disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosí anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno.”

*****

Nello sviluppo del capitolo 6 del quarto vangelo si apprezza un punto di inflessione notevole: dal parlare di Gesú come “pane” (messaggio) che nutre, si passa al parlare di “carne” e quindi di sacramento. L'invito non è piú dunque a “credere” in lui, ma a “mangiarlo”, per accedere alla vita.

Indubbiamente questa svolta è opera di un redattore posteriore, interessato a dare un tono piú sacramentalista alle stesse comunità giovannee. A questo scopo, gli sembrò appropriato trasformare il messaggio originale incentrato nella parola di Gesú come sorgente di vita in quest'altro che lo presenta come “cibo”, attraverso il segno (sacramentale) del pane.

L'insistenza del glossatore nella simbologia del “pane-carne” si trova alla base di gran parte della teologia posteriore, cosí come della stessa pietà eucaristica allorquando, trascurandone il simbolismo, la si visse spesso in un modo grossolanamente materialista.

Nella prospettiva non-duale, l'eucaristia acquista una profondità ed una bellezza che passano inosservate quando la si vive come un semplice rito che si attiene alla letteralità delle parole. In questo caso, il modo di presentarlo, in predicazioni e catechismi, rasentava l'immagine del cannibalismo.

Superato il letteralismo, tutto recupera coerenza e profondità: il pane, cibo quotidiano nella nostra cultura, rappresenta tutta la realtà. Quando Gesú dice: “Questo sono io”, sta esprimendo la verità della non-separazione, equiparabile a quell'altra affermazione: “Io e il Padre siamo uno”.

Tutto si trova in tutto: ecco il significato profondo dell'eucaristia. Per i cristiani, il riferimento è Gesú; egli è la “porta d'entrata” per accedere alla verità che tutti condividiamo. Ma, trascese sia la letteralità che la dualità, non ha piú senso assolutizzare questo riferimento. Questo fu quello che successe quando si presero alla lettera quelle parole di un glossatore tardivo, si attribuirono direttamente a Gesú e si intesero nella loro piú grossolana materialità.

Da questa nuova prospettiva, è chiaro che l'accento non si mette sulla “carne”, ma sull'unità: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”. È al riconoscimento di questa “inabitazione” (unità) che mira tutto il messaggio: Gesú e noi siamo non-due.

 

Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traducción: Teresa Albasini

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