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GESÚ NON FONDÒ NESSUNA CHIESA

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Mt 16, 13-19

Essendo giunto Gesú nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?" Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti." Disse loro: "Voi chi dite che io sia?" Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente." E Gesú: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli."

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Le parole finali di questo testo sono state utilizzate come "prova" del fatto che Gesú avrebbe fondato direttamente la Chiesa e, al suo interno, avrebbe collocato Simon Pietro quale massima autorità.

A partire da qui, lo stesso magistero ecclesiastico avrebbe a poco a poco elaborato posteriormente la dottrina dell'"istituzione divina" della Chiesa, e il primato di Pietro quale "pontefice massimo" o "primo papa", cui sarebbero progressivamente succeduti tutti gli altri, in una catena ininterrotta fino ai giorni nostri, in cui Papa Francesco farebbe il numero 265.

Appoggiati su quelle parole, i fedeli hanno via via vissuto diversi atteggiamenti lungo la storia: fiducia incrollabile ("le porte degli inferi non prevarranno contro di essa"); amore alla Chiesa, anche se talvolta accompagnato da un'assolutizzazione e idealizzazione della stessa, quasi che fosse poco meno di un"incarnazione continuata" della divinità; amore ugualmente alla figura del papa, spesso non privo di una sorta di papalatria mitica o infantiloide; senza dimenticare che, su questo stesso testo che stiamo commentando si basò tutta quella dottrina del potere assoluto dei papi -si ricordi la "lotta per le investiture"-, i quali erano addirittura visti come "vicari di Cristo", detentori di un potere praticamente onnimodo, inclusa l'infallibilità.

Se ogni potere racchiude in sé dei rischi gravi -tanto piú gravi quanto piú assolutistico esso sia-, la Chiesa non è stata un'eccezione. E ciò in una doppia direzione: "verso l'interno", trasformando l'istituzione ecclesiale in una sorta di monarchia assoluta, con un'unica autorità inappellabile, che avrebbe finito per sradicare qualsiasi segno di collegialità; e "verso l'esterno", facendo apparire la Chiesa come istanza di dominio e di controllo, che però dovette man mano cedere nella misura in cui questo le veniva strappato da una società che lottava sempre piú per la sua autonomia.

In pratica, nella Chiesa si dimenticarono molto spesso le parole sagge di Gesú, il quale diffidò sempre dal potere: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è cosí; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti." (Mc 10, 43-44).

Ebbene, pur riconoscendo la legittimità del processo storico attraverso il quale si costituí la Chiesa, attualmente gli esegeti piú rigorosi sono tutti d'accordo sul fatto che le parole che commentiamo non sarebbero mai state pronunciate da Gesú. Si tratterebbe piuttosto di una riflessione della comunità stessa di Matteo, ormai evoluta, che l'autore avrebbe messo in bocca al Maestro per cosí dotarle di maggiore autorità.

Infatti era già significativo il dato che è unicamente Matteo a riportare queste affermazioni. Nei testi paralleli di Marco (piú originale, e seguito dallo stesso Matteo), e di Luca, troviamo la stessa doppia domanda di Gesú ai discepoli ("La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?"; "Voi chi dite che io sia?" Ma le domande finiscono lí (Mc 8,27-30; Lc 9,18-21): in essi non appare l'aggiunta specifica di Matteo. Ci troviamo quindi di fronte ad una lettura della comunità matteana, ma non davanti ad una parola del Gesú storico.

Un tale modo di scrivere non era strano nell'antichità: quello che un determinato gruppo riteneva importante poteva essere direttamente attribuito a un personaggio famoso -in questo caso, al Maestro stesso-, per dotarlo di maggiore autorità.

Nel capire questo, relativizziamo sanamente tutta quella dottrina quasi fondamentalista che man mano si è costruita sulla Chiesa e sul papato, e recuperiamo in questo modo la semplicità del vangelo, alla cui luce anche la stessa Chiesa dovrà rinnovarsi.

Ciò che appare chiaro è che quello di Gesú non fu un messaggio propriamente "religioso" e che egli non fondò mai una chiesa specifica. Il suo fu un progetto spirituale (profondamente umano), con cui può "entrare in sintonia" qualunque persona.

Se il messaggio spirituale -caratterizzato dalla sua inclusività, come un abbraccio universale che non si chiude in nessun ghetto- è la cosa prioritaria, la Chiesa, il papato e la religione hanno senso solo se si vivono in funzione di quello: al servizio della persona e della spiritualità aperta.

 

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini

www.enriquemartinezlozano.com

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