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SIAMO IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO

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Gv 3, 16-18

Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.

*****

È caratteristico del linguaggio religioso che abbia senso unicamente per coloro che condividono quella religione, dato che si tratta di un "idioma particolare" che usa le chiavi proprie dello stesso.

E quindi, quando questo linguaggio si prende nella sua letteralità, sarà colto soltanto da quelle persone che condividono quello stesso credo e sono anche situate allo stesso livello di coscienza in cui il testo fu scritto.

È quello che può capitarci leggendo questo testo, il quale dà per scontata l'esistenza di Dio come un essere separato, e vuole mostrarlo come amore verso l'umanità, essendo la "prova" di questo amore il fatto che ha dato il suo proprio Figlio.

Finché lo legge una persona cristiana che si trova ad un livello di coscienza mitico e in una prospettiva duale (mentale, teistica), il testo non offre alcuna difficoltà, perché è stato scritto usando appunto quelle stesse chiavi.

Cosí, per un cristiano che si trova in quello stadio, si tratta semplicemente dell'adesione mentale ad una credenza: Dio ha mandato il suo Figlio, per salvarci, e questo costituisce la piú grande prova del suo amore per noi.

Ma non appena si modifica la prospettiva del lettore -poiché ha superato lo stadio mitico o comincia a muoversi in una prospettiva non duale-, le difficoltà sorgono immediatamente, perché si sono modificate le "chiavi" di lettura e, con queste, le immagini utilizzate.

Se è invece una persona non religiosa ad accostarsi al testo, non potrà entrare in sintonia con esso, dato che il suo proprio "idioma particolare" costituirà un ostacolo praticamente insormontabile.

Con tutto ciò, appare necessaria una doppia cura nella sua "traduzione": da un lato, bisognerà usare un linguaggio "universale", in cui tutti possano riconoscersi; dall'altro, bisognerà trascendere la letteralità e sviscerarne il contenuto che viene percepito dalla prospettiva non-duale.

Se il termine "Dio" fa riferimento al Mistero di ciò che è, il suo "Figlio" è, semplicemente, tutto quello che percepiamo. La tradizione cristiana lo ha personificato in Gesú di Nazaret. Ma, dalla non-dualità, Gesú è semplicemente espressione di quello che siamo tutti.

Parlare di un Dio personale che "dà" il suo Figlio per salvarci, presentando poi questo come una prova di amore verso di noi, si assomiglia troppo a una proiezione dei nostri modi umani di fare. Tuttavia, l'intuizione è giusta: il Mistero di ciò che è si sta "dando" a noi permanentemente nel dispiegarsi di tutto ciò che si manifesta. Per questo, in ogni persona, in ogni oggetto, in ogni circostanza, possiamo apprezzare il suo "volto". E, al di là delle "peripezie" esistenziali che la nostra mente prende per "reali", questo Mistero è amore traboccante.

Infatti l'amore non ha niente a che vedere con la sfera emotiva e, meno ancora, con gli attaccamenti caratteristici dell'io appropriatore.

Amore è la coscienza chiara della non-separazione di nessuna cosa. È quindi la prima constatazione: non esiste niente separato da niente; tutto è mirabilmente interrelazionato, ossia, tutto è amore. Al di là di quello che accada, al di là di come si sentano gli "io", tutto costituisce un'unica rete, dalla quale non potremo mai separarci.

Forse è questo il fatto che ha portato le religioni a proclamare che il "primo comandamento" doveva essere quello di "amare Dio al di sopra di tutte le cose". Con il cambiamento di prospettiva, ciò che ha potuto sembrarci un'esigenza di un Dio geloso, lo percepiamo invece come una dichiarazione di sapienza: amare Dio al di sopra di tutte le cose significa riconoscere l'unità di tutto, e vivere coerentemente a questo.

Chi percepisce questo, è già "salvato". Chi non lo percepisce -aggiunge il testo- "è già stato condannato". Ma non perché non abbia fatto un'adesione mentale alla persona di Gesú -cosí come intendeva la lettura mitica, che condannava coloro che non professassero, mentalmente, la "fede vera"-, ma perché è rimasto nella confusione del credere che siamo come isolotti separati, e che il piccolo io o ego costituisce la nostra identità ultima.

Credere nel "Figlio unigenito di Dio" è aprire il nostro cuore e il nostro sguardo a riconoscere che tutto è Uno: tutti -tutto- siamo il Figlio unigenito di Dio, l'espressione che adotta il Mistero in tante forme mutevoli.

 

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini

www.enriquemartinezlozano.com

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