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VERSO L'ALTRA RIVA

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Mc 4, 35-40

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: "Passiamo all'altra riva". E lasciata la folla, lo presero con sé, cosí com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: "Maestro, non t'importa che moriamo?" Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!" Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: "Perché siete cosí paurosi? Non avete ancora fede?" E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: "Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?"

Gesú, colui che ha visto, invita e incoraggia ad andare "oltre" le strade note e battute, verso "l'altra riva".

L'essere umano tende a installarsi, adattandosi a ciò che man mano va raggiungendo. Ci abituiamo con facilità a quello che conosciamo, e ci facciamo cullare dalla monotonia che evita soprassalti e ci dà una certa sensazione di sicurezza.

E questo accade solitamente anche con le nostre idee, credenze o visioni del cosmo. Abituati a vedere la realtà da un certo punto di vista, facciamo fatica ad aprirci ad altre angolazioni nuove o sconosciute.

Preferiamo, pur non accorgendocene, restare installati in "questa riva", a noi nota, solita, abituale. È la preferita della nostra mente e della nostra sensibilità, per la semplice ragione che ad esse risulta familiare e cosí apporta tranquillità.

È un atteggiamento certamente comprensibile, anche se comporta un rischio importante: quello di venire ridotti ad una visione stretta e soffocati da una vita smorta, una volta che ci siamo chiusi ad ogni possibile uscita..., soprattutto quando abbiamo raggiunto un "benessere" prolungato.

In realtà, quando tutto nella vita ci riesce facile, è piú probabile che ci installiamo nelle nostre sicurezze. Certe volte, solo quando queste si commuovono, la persona connette con un altro anelito piú profondo.

Poiché, sebbene a livello mentale ed emozionale tendiamo a installarci, tuttavia nel piú profondo di noi siamo abitati da un Anelito del "piú", che ci spinge dall'interno in un dispiegarsi aperto ad orizzonti sempre maggiori.

Tale anelito lo si può anche intendere come la voce del nostro "maestro interiore" che ci dà pace, ma che non ci lascia in pace. Se non lo soffochiamo con compensazioni né lo facciamo tacere con il nostro rumore, ascolteremo la sua voce che ci incoraggia a passare "all'altra riva". Perciò, nell'ascoltare queste parole di Gesú, può darsi che riconosciamo "l'eco" che producono dentro di noi, e che l'invito ci sembri già noto.

"L'altra riva" è la novità del presente, la scoperta incessante, l'ampiezza senza limiti. Ma potremo cominciare ad attraversare solo se saremo disposti a lasciare le nostre strade battute e ci affideremo docilmente alla Vita -un altro nome del nostro "maestro interiore"-, per tutto quanto dovrà insegnarci.

Se "questa riva" è quella dell'io -identificandoci con la mente, ci eravamo ridotti ad esso-, l'altra è quella della nostra identità profonda. Per questo, la prima è "chiusa" -ha gli stessi limiti dell'io-, mentre la seconda è illimitata. In quella vogliamo controllare tutto a partire dalla supremazia dell'io; in questa ci riconosciamo nella Vita stessa che fluisce e che si esprime in tutto, compreso il proprio io che ha "ceduto" il suo protagonismo precedente.

Tuttavia, pur ascoltando l'invito e riconoscendo la risonanza che produce dentro di noi, il transito non è di solito facile. Data la nostra identificazione con la mente, che ci ha fatto credere che siamo "l'io individuale" che essa stessa ha plasmato, facciamo fatica a guardare la realtà da un altro punto di vista che non sia quello dell'io.

La difficoltà del transito è magnificamente espressa nel racconto evangelico che stiamo commentando. L'io (la barca), pur avendo il coraggio di uscire dal suo mondo abituale, sperimenta un ondeggiare (mentale ed emozionale) minaccioso in cui teme di affondare irrimediabilmente.

Eppure, in mezzo a quella stessa tempesta, c'è qualcuno che dorme serenamente. E non solo: è qualcuno che impone la calma con la sua sola parola. All'improvviso, davanti a una presenza di tale qualità, il mare (tutto ciò che la nostra mente percepisce ed etichetta come "male") diviene mite, e la paura angosciante si trasforma in fiducia ammirata e piena di gratitudine.

Alla presenza di chi siamo? Gesú, dal quale era partito l'invito a passare "all'altra riva" (il nostro maestro interiore), è l'espressione di chi "ha visto", conosce e vive la sua identità profonda. Non si trova ridotto al suo "io individuale", ma si sa Coscienza e Vita senza limiti, Presenza cosciente e amorosa, che si definisce come "Io Sono", senza aggiunte.

Questa presenza -un altro nome della nostra identità profonda- è pace, equanimità e forza. Calma il mare agitato e ci immette nella pace che supera tutto quello che possiamo pensare.

A un livello magico o mitico di coscienza, Gesú era visto come qualcuno "esterno" o separato, la cui forza poteva liberarci "miracolosamente" da ogni male. La preghiera consisteva, appunto, nell'implorare la sua potenza per scansare le difficoltà.

A livello transpersonale, e in una prospettiva non-duale, la liberazione avviene sempre, ma la spiegazione è diversa: Gesú è lo "specchio" di quello che siamo tutti; in lui ci vediamo rispecchiati e in lui possiamo percepire e riconoscere la nostra stessa identità.

Si tratta di un'identità "condivisa" (non-duale) che, senza negare le differenze, riconosce che il suo fondo e il nostro fondo è uno e lo stesso. In realtà, tutto ciò che esiste "condivide" o partecipa di quello stesso Nucleo che costituisce l'Essenza stessa di tutto ciò che è.

In questa nuova prospettiva, pertanto, Gesú non appare piú come un salvatore "esterno", bensí come il punto di riferimento che, aprendoci gli occhi, ci rende consapevoli del fatto che siamo già salvati, nell'Identità che siamo. L'inganno consisteva nella nostra propria cecità, che ci aveva ridotti alle dimensioni dell'io mentale.

Di modo che le parole del racconto -"Perché siete cosí paurosi? Non avete ancora fede?"- potrebbero "essere tradotte" con queste altre: Perché siete cosí ciechi? Non vedete ancora? Risvegliatevi alla vostra vera identità... Tutto il resto -la calma, la forza, il coraggio...- vi sarà dato in piú.

Occorre, per questo, attivare la nostra "intelligenza spirituale" quale capacità che ci permette di accedere e di connettere con quella dimensione profonda della realtà cui ci riferiamo con il termine "spiritualità". (A chi potesse essere interessato all'argomento, posso suggerire la lettura dell'ultimo libro da me scritto, appena pubblicato dalla casa editrice PPC: "Vita in pienezza. Appunti per una spiritualità transreligiosa").

 

Enrique Martínez Lozano

Traducción de Teresa Albasini

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