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IL DIO PENSATO, IL DIO TROVATO

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Lc 18, 1-8

Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: "C'era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario. Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è cosí molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi." E il Signore soggiunse: "Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"

*****

Siamo davanti a una parabola che può indurre in inganno, in quanto, facendone una lettura letterale, si farebbe equivalere Dio a un giudice "che non ha riguardo per nessuno", e il quale sembra si debba "conquistare" a forza di insistere, finché, stanco di essere importunato, si decida ad intervenire.

Si tratta di un dio che si è largamente impresso nell'immaginario collettivo, e che è stato alimentato da non poche prediche e teologie. L'immagine di dio come "signore onnipotente", egolatra e geloso, giudice impassibile e castigatore, ha dominato non poche coscienze che sono cresciute sotto il peso della colpa e del timore.

Ebbene, di fronte a tali immagini divine, bisogna ribellarsi con fermezza: un tale dio non è degno di fede. Non si può credere in un dio che sarebbe peggiore di noi: insensibile alla necessità umana e capace di condannare qualcuno per tutta l'eternità.

Un tale dio non è che un'invenzione della mente, sostenuta dalla paura e la debolezza umana, che ha creduto che questi messaggi colpevolizzanti provenissero dalla stessa divinità (e quindi fossero "parola di Dio").

Questa parabola può soltanto essere capita in modo adeguato se viene letta come una parabola di contrasto. Ossia, l'immagine del giudice sarebbe proprio l'opposto del comportamento di Dio. Dimodoché, se perfino un giudice disumano è capace di cedere alla richiesta della donna, quanto piú Dio -che è tutto l'opposto- sarà sempre a nostro favore, anche nel caso che non gli chiediamo niente.

Con questa chiave, la parabola può essere assunta dalla prospettiva di Gesú, che annunziava Dio come Grazia e Compassione.

Ma continuo a chiedermi perché, tra le persone religiose, ce ne sono tante che difendono quell'immagine di dio quale giudice severo. Al di là della formazione ricevuta, mi sembra di intuire che si tratti, semplicemente, di una proiezione (inconscia) della propria "severità", frequente tra coloro che vivono una religiosità esigente, basata sull'idea del merito e della "perfezione".

Per questo, penso che non si tratti solo di sostituire un'immagine con un'altra: quella di un dio severo con quella di un dio amoroso. L'uno e l'altro resterebbero comunque sempre costruzioni della nostra mente, vale a dire, idoli proiettati.

Qualunque dio "pensato" non può essere che una caricatura di Dio. Dio non ci sta nella nostra piccola mente, come esprimono questi splendidi versi di Charo Rodríguez:

"Solo il Dio trovato,

nessun dio insegnato può essere vero,

nessun dio insegnato.

Solo il Dio trovato

può essere vero."

 

(C. RODRÍGUEZ, Luces en la niebla,

edizione dell'autrice, Madrid 2012).

 

Se ci prostriamo davanti a un dio pensato, non agiremo a partire da Dio, ma in nome della nostra propria idea: è il fanatismo, piú o meno arrogante o dissimulato. E da questo "dio separato" non può nascere che un'eteronomia rigida, che ci fa sentire quali marionette in mano ad altri.

Forse per questo, per la pericolosità che una tale idea racchiude, il Maestro Eckhart ripeteva: "Chiedo a Dio che mi liberi da Dio"; che il Dio vero mi liberi da ogni mia idea su di lui.

Quale strada resta? Quella del far tacere la mente. Qualcuno ha detto che "Dio è lo spazio che c'è tra due pensieri". È proprio vero che, nel far tacere la mente, rimaniamo assorti davanti a quello che, per la nostra mente, è Nulla eppure, paradossalmente, è Tutto.

Lí, scalzi come Mosè (Es 3,5) e spogliati delle nostre etichette mentali, siamo nella condizione di aprirci al Mistero che, seppure non separato, trascende il mondo dei nostri pensieri e dei nostri sogni.

E, in questo Silenzio, veniamo a scoprire che Dio non solo non è qualcuno separato, ma costituisce il nostro stesso Fondo, e il Fondo di tutto ciò che è.

La nostra mente non avrà né concetti né parole per esprimerlo adeguatamente, ma avremo sperimentato quell'altra Dimensione che dà senso a tutte le altre cose.

 

Enrique Martínez Lozano

Traduzione: Teresa Albasini

www.enriquemartinezlozano.com

 

(Nota alle lettrici e ai lettori interessate/i: è stato recentemente pubblicato in Italia il libro "La vita in pienezza. Appunti per una spiritualità transreligiosa", Enrique Martínez Lozano, S. Paolo edizioni).

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