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RINUNCIARE... O VEDERE IN PROFONDITÀ?

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Lc 14, 25-33

Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. Cosí chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

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Se Gesú aveva insistito sul fatto che la porta che conduce alla vita è "stretta" (Lc 13,24; commento di domenica 25 agosto), il testo che leggiamo oggi torna ancora sulla stessa questione, ma in una prospettiva differente.

Per poter comprendere entrambi i testi in profondità, bisogna tener presente che tutti e due sono una parola di sapienza -costituiscono una chiamata al risveglio- e che si spiegano mutuamente -sono complementari-.

L'apparente "rudezza" di questi testi va intesa sempre quale segno della rilevanza del tema che viene affrontato. Concretamente, nel testo che stiamo commentando, verrebbe a dire al lettore: qualcosa di definitivo è in gioco quando si chiede di "odiare" il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita. Essendo questi i valori abitualmente piú alti per ogni persona, ciò significa che ci si sta presentando un altro valore inaudito, davanti al quale tutti questi vengono posposti (l'espressione originale greca, molto forte, parla di "rinunciare" o addirittura di "odiare", come nella versione italiana).

Con questa chiave, il testo manifesta tutta la sua profondità e saggezza. Al contrario, quando viene letto partendo dalla mente -dall'ego-, diventa un ragionamento astruso e incomprensibile, e perfino, per non pochi, disumano. Come si fa a chiedere che si rinunci agli esseri piú cari, che possono anche avere bisogno di noi?

La lettura mentale promuove un volontarismo strano e, alla fine, impossibile da vivere..., a meno che la persona non abbia optato per il celibato o la vita monastica. Infatti spesso è stato letto in questo modo, per cui sacerdoti e religiosi acquisivano un piú elevato "grado di perfezione" poiché avevano fatto una rinuncia "maggiore". Quale l'esito? Un altro modo di ingrossare l'ego, il quale si considerava in uno status superiore.

Il tranello della lettura mentale, che finisce sempre per alimentare l'ego, non è altro che il dualismo caratteristico della mente, che fa sí che questa funzioni in maniera dicotomica: "o... o". O si segue Gesú e si rinuncia alla famiglia, o si rimane con la famiglia e si rinuncia a Gesú.

Il dualismo separa e frammenta la realtà. È inevitabile che giunga a conclusioni assurde, dato che il reale è unitario. Per questo ripetiamo che la mente può destreggiarsi in modo ammirevole nel mondo degli oggetti separati, ma sbaglia ogni volta che vuole spiegare quello che c'è oltre gli oggetti.

Dalla prospettiva non-duale, la lettura è luminosa e integratrice. Cominciamo dalla fine: nella metafora della "porta stretta" il valore a cui si mirava si chiamava "Vita", in questo testo viene detto "essere discepolo" di Gesú. Ma si tratta della stessa realtà. In entrambi i casi, ciò che è messo in gioco è che scopriamo, per propria esperienza, chi siamo in profondità.

Essere "discepolo di Gesú" non consiste nel "seguire" un comportamento estraneo, e neanche nell'"imitare" un'esistenza differente dalla propria. Ciò sarebbe, semplicemente, pecoraggine, alienazione e infantilismo, nati ancora da una lettura mentale e dualistica. (Non sembra casuale che un certo infantilismo abbia colorato non poche espressioni e forme religiose).

Essere "discepolo di Gesú" significa riconoscere coscientemente che si sta condividendo la sua stessa identità; che, al di là delle differenze, siamo lo stesso. E che in questa identità ci ritroviamo tutti, anche "il padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli e le sorelle".

Insomma, si tratta, come sempre, di rendersi conto di chi siamo in realtà. Una volta riconosciuto questo, tutto si aggiusterà: nei nostri atteggiamenti, nelle nostre percezioni, nel nostro comportamento... E faremo, anche nella nostra famiglia, ciò che dovremo fare. Perché sarà la Coscienza a esprimersi attraverso noi.

E che cosa vuol dire "rinunciare" a sé stessi e "posporre" gli esseri piú cari? Ciò significa uscire dalla visione egocentrata, nata dalla credenza erronea che siamo l'ego. Forse lo si potrebbe esprimere in questo modo: "Smetti di credere che sei l'io separato e scoprirai la ricchezza della tua vera identità; non vedere nemmeno la tua famiglia a partire dall'ego, perché soffrirai e farai soffrire; guardali dalla tua vera identità, dove tutti siete uno, ma senza appropriazione o paragoni".

Le due brevi parabole costituiscono un tocco di realismo: calcola le tue forze poiché potrai raggiungere la meta soltanto se ti ci metti con determinazione.


Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traduzione: Teresa Albasini

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