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TUTTO PASSA, LA VITA È

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Lc 7, 11-17

In seguito si recò in una città chiamata Nain e facevano la strada con lui i discepoli e grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!" E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: "Giovinetto, dico a te, alzati!" Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato il suo popolo". La fama di questi fatti si diffuse in tutta la Giudea e per tutta la regione.

 

La compassione costituisce, insieme con la gratitudine, la colonna vertebrale del messaggio di Gesú. E non è che l'altra faccia della sapienza o della comprensione. La persona che "vede" è compassionevole, cosí come la pratica compassionevole è un cammino sicuro per la visione.

Il testo di oggi traduce l'originale greco come "compassione"; il senso è sempre lo stesso: splagchnizomai significa "commuoversi nelle viscere" davanti al dolore e offrire un aiuto efficace nella misura delle proprie possibilità.

La compassione non è un sentimento superficiale, passeggero o paternalistico. È la capacità di sentire come l'altro sente, immedesimandosi in lui, cercando di vedere le cose come egli le vede.

Per questo, la compassione vuol dire anche la capacità di porre amore dove c'è dolore.

Malgrado la nostra curiosità, risulta impossibile sapere quale sia stato il fatto storico che è dietro al testo che stiamo commentando. Il vangelo rimane sempre "vangelo" e non "cronaca giornalistica". Né serve molto sapere che cosa successe veramente, e come la tradizione posteriore a mano a mano "ingrandí", arricchendolo, il racconto fino a farlo diventare la catechesi che oggi leggiamo.

Letto quale "vangelo", il testo ci parla di realtà radicalmente umane: il dolore, la morte, la vita e la "visita" di Dio.

Dolore e morte -insieme con la nascita e la malattia- rimandano all'impermanenza di ogni cosa. Tutto ciò che abbiamo, compreso l'io, è sottoposto alla legge della fugacità. Tutto quello passerà e finirà per scomparire: tutto ciò che nasce deve morire, nelle due facce della nostra realtà manifesta.

Per questo, appunto, nella misura in cui vi siamo attaccati, la sofferenza sarà inevitabile. È chiaro che siamo esseri senzienti e, in quanto tali, sperimentiamo dolore quando muore una persona cara o quando ci capita qualsiasi tipo di perdita. Questo è inevitabile, e anche questo dolore fa parte della nostra esistenza. Ma il dolore diventa sofferenza inutile solo nella misura del nostro attaccamento.

Attaccamento è l'opposto di libertà. E comprende in sé l'identificazione con l'io. Chi si attacca è sempre l'io, che non può vivere in modo diverso. Detto con piú precisione: l'io non è che una finzione; ed è appunto la sensazione di attaccamento che ci porta a credere nell'esistenza autonoma di qualcosa che chiamiamo "io".

Mentre il dolore e la morte ci collocano nella fugacità, la vita ci conduce alla nostra verità piú profonda. Perché la vita non è "qualcosa" a parte, che possiamo, o no, avere e quindi, per lo stesso motivo, perdere a un certo momento.

La vita non è "qualcosa" che guardiamo "dall'esterno", come ci fa credere la mente che, per la sua propria natura, può soltanto vedere ogni cosa come oggetto separato.

La realtà è che non possiamo essere altro che Vita. E ciò che siamo è l'unica cosa che permane: non morirà mai perché non è mai nata.

In che cosa consiste, allora, la sapienza? Nel comprendere (o "vedere") che non siamo l'io, ma la Vita, senza nessun tipo di limite, confine o separazione. Se percepiamo cosí la nostra vera identità, allora diveniamo consapevoli che io sono, in realtà, ogni altro, ogni "tu" che incontro, e che ogni volto riflette il mio volto: tutti gli esseri sono un riflesso della Vita.

Questo è ciò che visse e insegnò Gesú: "Io sono la Vita" (Gv 11,25), proclamava. "Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo." (Gv 10,18).

Ciò che chiamiamo "Vita" è una delle forme con cui possiamo nominare "Dio". Dio è tutto ciò che è e che in tutto si manifesta. Nello stesso modo in cui non possiamo percepirci separati dalla Vita, non c'è neanche "distanza" rispetto a Dio. Vita o Dio non è altro che l'Ipseità di tutto ciò che è, il nucleo che ci costituisce, e che fa sí che ci riconosciamo in tutto quello che appare davanti a noi.


Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traduzione: Teresa Albasini

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