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TRINITÀ, RELAZIONALITÀ E NON-DUALITÀ

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Gv 16, 12-15

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà.

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"Trinità" è un altro modo di parlare di "Non-dualità". E possiamo ancora nominarlo in un altro modo: "Relazionalità".

Fra questi termini -anch'essi, come tutti i concetti e tutte le parole che usiamo, mentali-, non solo non c'è opposizione, ma anzi risultano equivalenti.

Quello che succede, ancora una volta, è che quando li leggiamo o tentiamo di comprenderli a partire dalla mente, e in mancanza di un'esperienza personale di non-dualità, li impoveriamo radicalmente, alterandoli, nel separare e frammentare ciò che, in realtà, è sempre non-separato.

In questo modo, una lettura mentale del mistero cristiano della Trinità riduce questo ad un enigma che, in categorie filosofiche greche, fu formulato come "tre persone in una sola natura" o "tre persone e un solo Dio". Nella prassi, però, diede luogo piuttosto ad un triteismo, poiché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo si pensavano -la mente non può farlo diversamente- come tre "esseri" separati, ai quali il credente poteva rivolgersi di maniera indipendente.

Ma ciò cui mira il cosiddetto "mistero della Trinità" -che, a proposito, anche la tradizione indú conosce, in ciò che viene chiamato la "Trimurti": Brahma, Visnú e Shiva- è proprio la relazionalità o non-dualità.

Il mistero segnala che ciò che esiste non sono realtà "sostantivate" -pensate quindi quali "oggetti individuali"-, ma una pura e mirabile Relazione.

Neanche noi siamo individui separati, come crede la nostra mente, che ci identifica come degli "io" o degli "ego". Questo è solo una forma che la relazionalità assume, nell'oggettivarsi nel processo mentale. Siamo la Realtà Unica, che è Relazionalità e si esprime in forme particolari.

Senza voler considerarlo una "prova" di niente, risulta comunque significativo il fatto che, nel mondo delle particelle elementari, la fisica quantistica osservi qualcosa di simile.

Nella realtà subatomica non esistono "oggetti" -particelle delimitate-, ma pura e semplice relazione tra probabilità di esistere che, a un certo punto, dovuto all'intervento dell'"osservatore", collassano, ora sí, in particelle oggettive.

Si può esprimere in un altro modo: La cognizione non-duale assomiglia in tutto all'equazione d'onda di Schrödinger: la volontà dell'osservatore frammenta la simultaneità non-duale, cosí come la volontà dell'osservatore collassa la funzione d'onda che definisce l'espressione energetica di una particella subatomica.

Nel campo della fisica quantistica, una particella, prima di essere osservata, "occupa" tutti gli spazi e tutti i tempi: è pura probabilità di esistere. È il ricercatore (osservatore) che, osservandola, provoca il collasso della funzione d'onda, facendo sí che quella adotti una sola forma e una posizione determinata.

Nello stesso modo, a livello cognitivo, se accompagnassimo qualsiasi percezione senza tentare di modificarla, l'oggetto finirebbe col mostrarsi tale e quale è: un'infinità di informazioni che interagisce con tutte le altre. L'oggetto cosí apparirebbe a noi nella sua infinitezza.

La Trinità, a partire da una lettura non-duale, mira al fatto che tutto il Reale è un permanente Darsi (Padre) e Riceversi (Figlio) in un Dinamismo (Spirito) eterno.

E in questo "movimento" è compresa -non potrebbe essere altrimenti- tutta la Realtà, che è Relazionalità, in un Abbraccio non-duale che unifica le "due facce" di tutto l'esistente: l'invisibile e il manifesto.

In questa bellezza relazionale, tutto si trova in tutto: c'è un unico Fondo -come tante volte disse il Maestro Eckhart- che si manifesta come relazionalità in infinità di forme che, tuttavia, partecipano sempre di quel Fondo originale che le costituisce per sempre.

Da questo punto di vista, veniamo a constatare che il mistero della Trinità sta parlando di noi. E fa sí che diveniamo consapevoli che la nostra vera identità non può mai essere l'io oggettivato -di cui solitamente viviamo schiavi, chiusi tra le sbarre che la nostra mente ha costruito-, ma quello stesso Fondo, Coscienza amorevole o Presenza consapevole che si trova all'origine e nel nucleo di tutto il Reale.

Questo Fondo lo si può continuare a chiamare "Dio", a patto che non si cada nella trappola (mentale) di oggettivarlo, separandolo. Per questo, dobbiamo "uscire" dal pensiero e aprirci al Mistero di Ciò che è, di un modo diretto, immediato, sperimentando che, se non lo pensiamo, ci scopriamo in (e come) Lui.


Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traduzione: Teresa Albasini

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