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ACCOGLIERSI E OFFRIRSI: FIDUCIA E AMORE

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Mc 14,12-16.22-26

Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: "Dove vuoi che andiamo a prepararare perché tu possa mangiare la Pasqua?" Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: "Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d'acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov'è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi." I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.

Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: "Prendete, questo è il mio corpo." Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò piú del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio."

E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

 

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"Una notte un piccolo commerciante sognò che, pochi giorni dopo, sarebbe arrivato al villaggio un pellegrino, il quale gli avrebbe donato un diamante che lo avrebbe fatto diventare ricco per sempre.

In effetti, pochi giorni dopo nel villaggio si cominciò a parlare dell'arrivo di un pellegrino che si era sistemato in una grotta nei dintorni. Il commerciante gli corse incontro e, appena lo vide, si mise a gridargli che gli desse la pietra che aveva. Il pellegrino frugò nella sua borsa e ne trasse una pietra. "Probabilmente vorrai dire questa", disse, mentre la offriva al commerciante. "L'ho trovata sul sentiero del bosco qualche giorno fa. Certo puoi tenerla."

L'uomo rimase a guardare la pietra, stupito. Era un diamante, il diamante piú grande che avesse mai visto, grande quasi quanto la mano di un uomo! Lo afferrò avidamente tra le sue mani e se ne andò via veloce, ma quella notte non riuscí a dormire, rigirandosi nel letto fino all'alba. Andò, infine, a svegliare il pellegrino e gli disse: "Dammi la ricchezza che ti permette di liberarti cosí facilmente da questo diamante!"
(A. DE MELLO, Il canto dell'uccello, Sal Terrae, Santander, pp 182-183).

Ho voluto cominciare il commento al racconto del vangelo con questo racconto di Tony de Mello, perché credo che esprima bene l'atteggiamento di Gesú: non solo offre il "diamante" della sua vita, ma lo fa con la piú lucida libertà e il piú gratuito amore.

La cosiddetta "ultima cena" -il quarto evangelo si soffermerà molto piú a lungo, elaborando in 5 capitoli (dal 13 al 17) ciò che è noto come il "testamento spirituale di Gesú"- ci regala la lettura che lo stesso Gesú fa della sua vita e il senso che dà alla sua morte.

Lettura e senso che possono riassumersi in una sola parola: nei vangeli sinottici, questa parola è "prendete"; in Giovanni, "offerta". Ma si tratta dello stesso atteggiamento.

In modo immediato vengono in mente altre parole di Gesú, con le quali, di fronte alla ricerca di potere o di immagine da parte dei suoi discepoli, definisce la sua missione: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è cosí; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti." (Mc 10,42-45). Oppure quelle altre che raccoglie il Libro degli Atti: "Gesú di Nàzaret, il quale passò beneficando" (Atti 10,38).

Tutte le testimonianze convergono: l'esperienza della fraternità, sentita come compassione e vissuta come servizio, fu il tratto caratteristico del comportamento di Gesú.

Si può certamente affermare che Gesú seppe vivere il grande "movimento trinitario", di cui scrivevo la settimana scorsa: accogliersi e offrirsi. È il movimento saggio, che nasce dalla comprensione profonda di chi siamo; anzi, soltanto è possibile viverlo quando -creandone il concetto o no- siamo connessi in un modo cosciente alla nostra identità piú profonda. Poiché è proprio quello ciò che siamo: Spaziosità che si accoglie e si offre.

In contatto cosciente, intimo e permanente con la Fonte dalla quale scaturisce ogni cosa ("Io e il Padre siamo una cosa sola"), Gesú non faceva altro che essere canale lungo il quale fluiva la Vita e l'Amore senza limiti. Sia nella gioia della cosiddetta "primavera galilea", quando tutto sembrava sorridergli, sia nella tragedia finale in cui tutto sembrava crollare completamente, nel piú atroce degli abbandoni.

Nell'uno e nell'altro momento, non troviamo in Gesú né appropriazione né respingimento di ciò che accade. Probabilmente in superficie saranno apparsi dei sentimenti involontari, fino ad arrivare all'amarezza del Getsèmani, ma nel rimanere cosciente e ancorato alla sua vera identità di non-separazione con Tutto ciò che è, non solo accetta quello che succede ma lo vive nell'offerta fiduciosa.

Né la libertà né l'amore si mantengono a forza di volontarismo. La chiave sta nel riconoscere la nostra identità piú profonda e nel rimanere ancorati ad essa.

Difatti non appena "sconnettiamo" -in realtà non c'è mai sconnessione, ma solo incoscienza- appare l'ego -una povera idea di chi siamo- e cominciamo ad organizzare tutta la nostra esistenza intorno ad esso, alle sue necessità e alle sue paure.

Questo incentrarsi sull'ego blocca l'offerta, e la paura impedisce la manifestazione della libertà e del coraggio. Solo quando ricuperiamo la coscienza chiara di chi siamo, all'interno di quest'unico "movimento" di Ciò che è Reale che, come la respirazione, si accoglie e si offre, cominciamo a vivere di nuovo in una maniera coerente e gioiosa, piena.

Nella celebrazione dell'eucaristia, facciamo presente l'esperienza di Gesú e connettiamo con chi siamo in profondità. E partendo da qui celebriamo l'Unità di tutto quello che è.

Si tratta, dunque, non tanto di un "rito religioso" che avesse ancora come soggetto l'io che vuole uscire "rinforzato" dalla Messa, quanto della celebrazione spirituale dell'Unità che condividiamo con Gesú e con tutti gli esseri.

Tuttavia, questa Unità non possiamo celebrarla se rimaniamo rinchiusi entro i confini dell'io, ma solo quando veniamo a riconoscere la nostra identità piú profonda, quella che include e trascende il corpo, la mente e lo psichismo, la Coscienza illimitata in cui tutto, nelle sue differenze, è Uno.

Nella celebrazione dell'eucaristia, la "memoria" di Gesú attiva il nostro proprio "ricordo" e favorisce il nostro "ritorno a casa", alla "Casa" condivisa, accogliendo noi stessi dalla Fonte da dove continuamente sgorghiamo e offrendo noi stessi ad Essa in tutte le sue manifestazioni.

 

Enrique Martínez Lozano

Traducción de Teresa Albasini

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