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APOCALISSE: IL FONDO DEL REALE È AFFIDABILE

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Mc 13, 24-32

In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà piú il suo splendore e gli altri astri si metteranno a cadere dal cieloe le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; cosí anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

 

Il capitolo 13 del vangelo di Marco contiene una breve apocalisse, un racconto scritto in un genere letterario (apocalittico), che scomparve praticamente dopo il secolo II della nostra era.

A causa delle immagini che tale genere usa, di solito al termine "apocalisse" è stato attribuito un significato di "catastrofe" o "distruzione". La realtà, invece, è tutt'altra.

Etimologicamente, apo-kalypsis vuol dire "scoprire ciò che è nascosto" e, per estensione, "rimuovere il velo", ovvero ri-velazione. (Alla stessa radice appartiene la parola "eucalipto", il cui significato etimologico è: "ben (eu) nascosto", in riferimento certo al fatto che ha perfettamente nascosti i suoi minuscoli semi.)

Sempre all'interno della sapienza delle etimologie, è facile apprezzare che il termine "apocalisse" presenta un'affinità con il termine "aletheia" (="senza velo"), che può essere tradotto come "verità", intesa come ciò che è e che noi percepiamo nella misura in cui riusciamo a levare il "velo" che ci impedisce di riconoscerla. In questo senso, Verità e Realtà si equivalgono.

Quindi, etimologicamente, apocalisse equivale a verità. E, di conseguenza, lo scritto apocalittico intende "rimuovere il velo" che ci impedisce di riconoscere le cose cosí come sono, vale a dire, intende rivelarci ciò che si trova al di sotto della superficie, a un livello piú profondo. In un certo senso, è come se l'autore ci dicesse: "le cose non sono quello che sembrano". Questo appare chiaro, in modo particolare, nell'Apocalisse di Giovanni e nella sua intenzione di offrire una lettura profonda della storia di diverse persecuzioni subite dalle prime comunità.

Il testo del capitolo 13 di Marco appartiene, dunque, a questo genere apocalittico. In esso ci viene rivelato, per mezzo di segni abituali (movimenti celesti e terrestri, tribolazioni...), che quest'ordine di cose (il "mondo") sarà rinnovato in profondità. E che questo avverrà con il prossimo avvento del Figlio dell'uomo.

L'immagine del "Figlio dell'uomo", presa dal libro di Daniele, fu applicata molto presto alla persona di Gesú, da parte dei primi discepoli, i quali aspettavano un rapido ritorno nella gloria del loro Maestro ("non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute"). Non sappiamo se Gesú condividesse o no l'idea di un'imminente fine del mondo, ma presso i suoi discepoli divenne una speranza intensa, almeno nelle prime due generazioni.

Ma, al di là delle aspettative tipiche dell'effervescenza dei gruppi religiosi a un certo momento della loro storia -benché venga chiarito che "quanto a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre"-, quello che il testo sembra riscattare è la ferma fiducia cui richiama l'affermazione di Gesú: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno".

In questo senso, l'apocalisse è certamente rivelazione: viene a dirci che, al di là di quello che possa accadere nella superficie della storia, c'è una Realtà stabile che ci sostiene e che possiamo sperimentare come "rocca ferma" su cui poter affermarci, di un modo diretto ed evidente.

Nel testo questo si identifica come "le mie parole" in riferimento a Gesú. Ma, indubbiamente, si tratta di qualcosa di infinitamente piú "vasto", che può essere sperimentato anche da chi non "conosca" le parole di Gesú. Vediamo però che il maestro di Nazaret ha dato parole a questa Realtà ultima che ci costituisce, l'ha vissuta e l'ha trasmessa intorno a sé, e per questo i discepoli, nel momento di riferirsi ad Essa, la identificano con il messaggio di Gesú.

In uno stadio mitico di coscienza, queste affermazioni sono servite da pretesto per prendere delle posizioni escludenti e scontrate. In una prospettiva non-duale, ogni cosa viene integrata e diventa inclusiva: si tratta sempre della stessa e unica Realtà primigenia, nominata in mille maniere, e che noi cristiani riconosciamo che in Gesú si espresse in modo mirabile. Ma che si esprime ugualmente in ogni essere umano e in tutto ciò che è reale: il Fondo ultimo è uno e lo stesso in tutti.

Questo Fondo (Gesú lo chiamò Abba: Padre, sebbene si riconoscesse senza distanza né separazione da lui: "io e il Padre siamo una sola cosa") è quello che "non passerà". Ma non si tratta di qualcosa di "separato" cui dobbiamo "ricorrere" per sostenere la nostra precaria condizione, è anzi quello che costituisce la nostra vera identità, che percepiamo man mano che ci liberiamo dalle identificazioni (con il corpo, la mente, le circostanze..., l'io) che avevamo costruito.

 

Enrique Martínez Lozano

www.enriquemartinezlozano.com

Traduzione: M.Teresa Albasini

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