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LA TRAPPOLA DEL FANATISMO

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Mc 9, 38-48

Giovanni gli disse: "Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri." Ma Gesú disse: "Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi.

Chiunque vi darà un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa.

Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue."

•••••••••

Vorrei iniziare questo commento con una citazione, piuttosto estesa, dello scrittore israeliano Amos Oz, il quale, in un piccolo libro intitolato "Contra el fanatismo" (Debolsillo, Barcelona 2005), scrive:

"Il seme del fanatismo spunta ogni volta che si adotta un atteggiamento di superiorità morale che impedisce di raggiungere un accordo." (p.22)

"L'essenza del fanatismo risiede nel desiderio di voler costringere gli altri a cambiare, secondo quella tendenza cosí comune di voler migliorare il vicino, emendare la moglie, far diventare ingegnere il figlio o raddrizzare il fratello, anziché lasciarli semplicemente essere. Il fanatico è una creatura molto generosa. Il fanatico è un grande altruista. Sovente, è piú interessato agli altri che non a sé stesso. Vuole salvare la tua anima, redimerti. Liberarti dal peccato, dall'errore, dal fumo. Liberarti dalla tua fede o dalla tua carenza di fede.

Vuole migliorare le tue abitudini alimentarie, farti smettere di bere o di votare. Il fanatico si fa in quattro per te, però in uno di questi due modi: o ti tende le braccia al collo, perché ti vuole veramente bene, oppure ti si getta al collo nel caso dimostri di essere un irredento. In ogni caso, topograficamente parlando, tendere le braccia al collo o gettarsi al collo è praticamente lo stesso gesto. In un modo o nell'altro, il fanatico è piú interessato all'altro che a sé stesso, e ciò per la semplicissima ragione che lui ha un sé stesso piuttosto esiguo oppure non ha affatto un sé stesso." (p.28-29)

Vi azzeccava anche il fisico Andrei Sajarov quando diceva che "l'intolleranza è l'angoscia di non avere ragione".

Sia l'intolleranza che il fanatismo mettono in risalto la propria insicurezza. Un io psicologico non sufficientemente integrato -dovuto, probabilmente, alla mancanza di un "attaccamento sicuro" in un adeguato contatto materno- si ritroverà nella necessità di avere delle "sicurezze assolute", che sostengano la sua precaria e instabile sensazione d'identità.

Per questo stesso motivo non sarà in grado di tollerare il dissenso, per cui tenderà a squalificare, giudicare, condannare (oppure impegnarsi per "convertire") chi non la pensi come lui. Poiché percepisce ogni differenza come minaccia.

Questa minaccia è quella che si nasconde dietro le parole di Giovanni: "non era dei nostri". Infatti sono "gli altri" quelli che vengono percepiti come minaccia: perché, per il fatto di pensarla in modo diverso o di adottare un comportamento diverso dal nostro, ci fanno vedere appunto che il nostro non è il valore "assoluto", ma soltanto un altro fra i tanti altri. Ed è proprio questo ciò che una personalità insicura è incapace di tollerare, a causa dell'angoscia che le genera la mancanza di sicurezze "assolute".

In questo bisogno di "sicurezze assolute", si possono osservare due fattori: uno socioculturale (evolutivo) e l'altro psicologico.

Per quanto riguarda il primo, sembra chiaro che, nello stadio mitico di coscienza, l'etnocentrismo è un valore che non va messo in questione: il proprio gruppo è visto come il possessore della verità e del bene, e non c'è niente che giustifichi la critica al gruppo neppure il fatto di prendere le distanze dallo stesso.

A questo livello di coscienza, la cosa piú importante è la "coesione", derivata dall'assenso cieco alle norme del gruppo, il che dà come risultato la concezione del proprio gruppo come un "gregge". E sappiamo bene i rischi che correva chi osava uscire dal gregge...!

In questo stadio di coscienza, la sicurezza dell'individuo andava di pari passo con l'appartenenza al gruppo. Di un modo inconsapevole, per raggiungere quella sicurezza, si sacrificava qualunque divergenza, dato che si era rinunciato al diritto a pensare per sé stessi: tutto andava bene pur di non perdere quella sensazione di sicurezza che dava "l'omogeneità"!

Conclusione: a una persona situata ad un livello mitico di coscienza non le si può chiedere tolleranza verso chi dissente; il suo "livello di coscienza" non glielo permette, poiché a quel livello il dissenso (come la libertà o l'autonomia) non è riconosciuto come valore né può essere visto come tale.

Anche dal punto di vista psicologico, la questione dell'intolleranza e il fanatismo è legata alla sicurezza. La sicurezza -e, ad essa associato, il controllo- costituisce una necessità basica dell'essere umano. Finché la persona non ha fatto esperienza di una sicurezza ferma che la sostiene, la cercherà fuori di sé -proiettandola in un leader, un gruppo o un'istituzione-, oppure la collocherà nelle sue idee, credenze o convinzioni.

Quando questo avviene, il soggetto insicuro non potrà tollerare che tale leader, gruppo o istituzione siano messi in questione, cosí come non permetterà che le sue idee, credenze o convinzioni siano criticate. Ne va della sua propria stabilità.

Per questo, ad una persona con un io psicologico cosí fragile non si può neanche chiedere tolleranza. Il suo panico dell'insicurezza fa sí che per lei sia una cosa impossibile. Con un'ironia aggiunta: la persona che soffre di questo tipo di insicurezza che la fa essere fanatica si vanta di sicurezza e perfino di "verità", al punto che, per lei, coloro che propongono una posizione differente sono persone "da convertire", secondo quanto esposto da Amos Oz.

"L'uscita" dal fanatismo sembra richiedere, pertanto, una doppia condizione: da un lato, il passaggio dal livello di coscienza mitico a un livello razionale; dall'altro, lo sperimentare una fonte di sicurezza che si trova oltre la mente (oltre le sue idee o credenze).

È probabile che, per far sí che questo sia possibile, sia necessario un lavoro psicologico, che dia alla persona una sensazione interna di consistenza e di autonomia. Chi è capace di "far fondo" in sé stesso, relativizza anche il carattere assoluto che aveva attribuito alle idee e, allo stesso tempo, consente agli altri di essere differenti, senza che la loro differenza sia vista come minaccia.

Nella misura in cui la persona possa crescere in questa sensazione di fiducia interna, che la rende autonoma, potrà aprirsi ad un'altra esperienza piú profonda: non cercherà piú la sicurezza in "oggetti" (idee, credenze...), bensí nel Fondo stesso del Reale, sperimentato in un modo diretto.

Voglio dire che, quando siamo capaci di far tacere la mente, non evitare niente e rimanere in silenzio, ci verrà regalata l'esperienza di una sicurezza di fondo, che si percepisce di un modo diretto, immediato e autoevidente. Una sicurezza di fondo che non è altro che la stessa e unica Realtà, che ci sostiene e ci costituisce in ogni momento. Quando si sperimenta questo, si riceve il regalo della Libertà senza limiti e della Pienezza.

Riprendo ora il lamento di Giovanni con cui iniziavo questo commento: chi sono "i nostri"?

Etnie, tribú, nazionalismi, religioni e ideologie di ogni sorta hanno sempre avuto la tendenza a definire con chiarezza i limiti che segnavano il proprio "territorio", impedendo "agli altri" di addentrarvisi.

Nel caso delle religioni, si è andati addirittura piú lontano, all'attribuire a Dio la demarcazione di quei presunti confini. Cosí si è parlato di "popolo eletto", "unica religione vera", "unica salvezza"...

Di fronte a una tale arroganza (inconsapevole e ignorante), forse sarebbe bene concludere con la barzelletta che il proprio Amos Oz raccoglie nel suo libro.

"Qualcuno si siede a un tavolo all'aperto di un caffè accanto ad un anziano, il quale risultò essere nientemeno che lo stesso Dio. Quando viene a saperlo, si rivolge a lui con una domanda che lo aveva accompagnato da sempre: "Caro Dio, per piacere, dimmi una buona volta: qual è la fede corretta? La cattolica romana, la protestante, forse quella ebraica o magari quella musulmana? Qual è la fede corretta?" E Dio dice in questa storia: "Se ti devo dire la verità, figlio mio, non sono religioso, non lo sono mai stato, non sono nemmeno interessato alla religione." (p.89)

 

Enrique Martínez Lozano

Traducción de Teresa Albasini

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