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Mc 9, 30-37

Per ben tre volte Marco mette in bocca a Gesú l'annunzio della sua morte-risurrezione. E tutt'e tre le volte appare chiaro il contrasto radicale tra il cammino preso da Gesú e quello che vogliono prendere i discepoli.

Gesú parla di "offerta"; i discepoli di "essere il piú grande". Non è strano che, lungo il suo scritto, Marco si riferisca a questi come "ciechi" e "sordi", poiché non vedono e non intendono.

La chiave sta nelle parole del maestro di Nazaret, che si leggono nel capitolo successivo: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è cosí; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 42-45).

Appare chiaro che atteggiamenti cosí diametralmente divergenti possono essere spiegati soltanto a partire dalla diversa percezione che l'uno e gli altri hanno della propria identità.

I discepoli rappresentano l'atteggiamento "dell'io" (o ego). Nell'identificarsi con l'io, come se questo costituisse la loro identità, non possono fare altro che vivere per esso: per alimentarlo, sostenerlo e sollevarlo al di sopra di ogni altra cosa.

L'identificazione con l'io non può condurre che a una vita centrata sull'ego, in cui tutto gira intorno agli interessi del proprio io. È da questi interessi da dove si guarda e si giudica tutto; sempre a partire dagli stessi, si agisce e si organizza la propria esistenza.

Tuttavia, dato che l'io è inconsistente e vuoto -è soltanto una "finzione ottica della coscienza", come diceva Einstein-, la persona che si identifica con esso si ritrova immersa in un cammino interminabile di voracità, insaziabilità e insoddisfazione. E ciò a causa della dinamica propria di questa falsa identificazione con quella cosa chiamata "io", che non ha mai abbastanza, per la semplice ragione che è un vuoto senza fondo.

La conseguenza non può essere altra che la frustrazione e la sofferenza inutile, dando luogo a quello che qualche psicologo ha denominato la "giostra edonistica": poiché la ricerca del piacere ad ogni costo non fa che aumentare la sofferenza.

La causa, però, è l'inconsapevolezza o ignoranza di chi siamo. Il misconoscimento della nostra vera identità fa sí che ci prendiamo per ciò che non siamo e viviamo in modo sbagliato, generando sofferenza. Si tratta dell'ignoranza basica, che ci fa prendere come "reale" ciò che è solo un "sogno" e ci porta a credere che ciò che è autenticamente "Reale" sia invece una "illusione".

Sempre con maggiore precisione, i neuroscienziati cominciano a spiegarci l'origine neurobiologica di questa identificazione: le intenzioni fisiche e mentali di evitare il dolore e accostarsi a ciò che è piacevole assumono la forma di sequenze di azione verso stati mentali che vanno generando di modo implicito l'esperienza di "agente", ovvero di un "io" che è l'autore delle sue azioni e, associata a questa, l'esperienza di essere un'entità fisica e mentale separata e differente dall'ambiente. È quanto afferma il rinomato neurologo statunitense, di origine portoghese, Antonio Damasio, quando scrive che, come risultato del processo evolutivo, l'essere umano arriva a generare automaticamente la sensazione di essere il proprietario della "pellicola del cervello".

Come conseguenza del proprio funzionamento cerebrale, finiamo per confonderci con ciò che la mente ci dice che siamo. Succede, invece, che -come si legge nel titolo di uno dei libri del dott. Francisco Rubia- "il cervello ci inganna".

La mente non può sapere chi siamo, per la semplice ragione che essa è solamente una parte, un "oggetto" all'interno di ciò che siamo. Se ci limitiamo ad essa, ciò che avviene è che la nostra capacità di vedere si ritrova chiusa nei suoi stretti confini.

Per "vedere" (svegliarsi), diventa necessario precisamente far tacere la mente. Lascia cadere tutto ciò che sono oggetti mentali ed emozionali -pensieri, sentimenti, emozioni, reazioni, affetti...- e domandati che cosa resta. Finché potrai nominarlo, continua ad essere un oggetto in piú. Ciò che rimane sempre, che può essere vissuto ma non nominato né pensato, Ciò è la tua vera identità: la pura Coscienza di essere, che si esprime come "Io Sono".

È cosí che si percepisce Gesú, un uomo disidentificato dal suo ego, che si riconosce come Coscienza transpersonale, un'identità atemporale e illimitata, che lo porta a dire, per esempio: "Prima che Abramo fosse, Io sono" (Gv 8,58).

Partendo da questa percezione, cade qualunque idea o credenza di essere un "io separato". L'egocentrazione si trasforma in sentimento ed esperienza di Unità. "Dall'io appropriatore" si passa a riconoscersi come "canale" attraverso e lungo il quale fluisce ciò che siamo in profondità... Si fanno strada la Sapienza e la Compassione.

Se caratteristica dell'io è l'appropriazione -"l'essere il piú grande"-, ciò che contraddistingue l'Io Sono è il servizio. Solo in questo modo possiamo comprendere adeguatamente perché Gesú presenta Dio come "Grazia". Nella "parabola in azione" che costituisce il racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) Gesú si mette nei panni dello "schiavo", al servizio di tutti. E, in questo stesso gesto, mostra Dio come Servizio e Cura.

Una tale immagine spezza gli schemi che le persone religiose si sono potute fare su Dio, nel senso che, secondo Gesú, Dio non crea perché lo serviamo bensí per essere lui a servire noi. Dio, secondo Gesú, è Servo. Si può cosí comprendere che lui stesso si identifichi in questo modo.

A partire da qui, la discussione riguardo al "piú grande" appare fuori luogo. Per chi ha visto, come Gesú, il "primo" è "l'ultimo e il servo di tutti".

Ed è appunto questo ciò che si vuole esprimere con l'immagine del bambino, posto "in mezzo", nel centro. Nella Palestina del secolo I, il bambino simboleggiava chi non contava affatto -e se era una bambina ancor di meno-, l'ultimo di tutti. Tuttavia, nel capovolgimento radicale che si produce non appena si riconosce l'inganno dell'identificazione con l'io, i primi sono gli ultimi... E questi ultimi diventano figura di Gesú... e di "colui che mi ha mandato".

 

Enrique Martínez Lozano

Traducción de Teresa Albasini

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